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Mario Davico



Mario Davico, Grande composizione (Meccanicità), 1949-50
Mario Davico
Mario Davico (Torino 1920-2010) si diploma nel 1949 all’Accademia Albertina, assumendovi subito un insegnamento di pittura.
Presente alla Biennale di Venezia già nel 1948, debutta con una personale nel 1950 alla Galleria La Bussola di Torino, presentato da Albino Galvano, il quale gli riconosce
“attraverso quel riserbo, attraverso la scarnitezza di quelle stesure magre, di quegli accostamenti piuttosto gustati come suggestione cromatica che come suggerimento spaziale”, una fisionomia astratta già distanziata anche “dalle malinconiche musiche grafiche della konkrete kunst cara agli architetti svizzeri e milanesi”.
Si tratta di un’astrazione geometrica sui generis, perfettamente inseribile nell’orizzonte italiano tra Movimento arte concreta e Astrattismo classico fiorentino, ma in totale autonomia e coltivato isolamento.
In quel 1950, e poi nel 1952, è ancora alla Biennale di Venezia, mentre nel 1953 è tra i protagonisti di “Incontri Pittori d’oggi. Francia-Italia”, Torino, cui parteciperà anche nel 1955 e nel 1957, e alla “Mostra internazionale dell’astrattismo” a Roma.
Ancora nel 1954 tiene una personale alla Bussola (dove esporrà anche cinque anni dopo) e nel 1955 alla Galleria del Fiore di Milano e alla Schneider di Roma; nello stesso anno è in “60 maestri del prossimo trentennio” organizzata da Carlo Ludovico Ragghianti a Prato, il quale in quell’occasione scrive per lui di “forma tanto penetrante quanto sorvegliata” la cui “persuasione sentimentale” nasce da “un fondo di calcolo e di controllo esigentissimi e di una raffinatezza rara”.
Nel 1957 è con una personale alla Strozzina di Firenze, introdotta da Luigi Carluccio che scrive: “Nella sua pittura, così tenace e spietata, tutto è ordinato al fine ed alla qualità dell’emozione: gli accordi raffinati di pochi colori senza impasto, in una loro gamma inedita o rara di verdi, di rosa, di azzurri, gialli, violetti e neri, in una loro percussione o eccitazione sensuale”.
L’anno successivo è all’Ariete di Milano e alla Saletta degli amici dell’arte di Modena. Franco Russoli scrive per la mostra modenese: “Non negheremo che egli si aiuti con il cosciente appoggio alle delicate assonanze e dissonanze cromatiche, con l’equilibrio ritmico di composizioni spaziali. Ma resta sempre quell’improvvisazione del colore inatteso, quella deviazione dalla prevedibile regola astrattizzante, che testimoniano il filo continuo che lega l’immagine allo stato d’animo sincero”.
Tra le mostre pubbliche del tempo spiccano le presenze alla Galerie Charpentier di Parigi in “Ecole de Paris” nel 1960, alla Quadriennale di Roma nel 1960 e 1964, e la personale alla Biennale di Venezia nel 1962.
In seguito l’attività espositiva di Davico tende a rarefarsi sino a sospendersi, e l’artista si richiude nel “punto di maggior riservatezza, il cuore, il nocciolo della intimità gelosa e difesa”, come già annuncia Albino Galvano presentandolo alla Biennale del 1962. Prosegue l’attività pittorica, ma svincolandola ormai dal cursus espositivo ordinario, producendo, scriverà Paolo Fossati nel catalogo della mostra “Un avventura internazionale. Torino e le arti 1950-1970” al Castello di Rivoli, 1993, un “lavoro di grande significato e senso, seppure segreto all’ignoranza dei più”.
Nel 1994 Davico viene celebrato da un’antologica all’Accademia Albertina di Torino a cura di Giuseppe Mantovani. In una conversazione con Marco Rosci, Davico stesso vi ricorda la comunanza giovanile con Mattia Moreni nella “scoperta della potenzialità espressiva del colore puro accompagnata dalla semplificazione strutturale”, che sarà caratteristica di tutta la sua opera.